DOMANDE FREQUENTI

 

 

COSA SI FA DURANTE I VOSTRI SEMINARI? PERCHÉ I PROGRAMMI DELLE VOSTRE ATTIVITÀ NON SONO PIU’ CIRCOSTANZIATI?

Hai ragione nel dire che dovremmo fare dei programmi più circostanziati.
In realtà, per certi versi, la cosa è
facile, e per altri versi è difficile.

È facile perché già ora sappiamo cosa vogliamo comunicare alle persone, ossia – per fare l’esempio della giornata “Liberarsi dalla paura della morte” –  che la ragione per cui temiamo la morte è che ci identifichiamo con due cose che, di noi, muoiono:  il corpo e la mente. E poi vogliamo passare al secondo round , che è: allora, cos’è che non muore? E per comprendere cos’è che non muore possiamo fare due cose, se escludiamo l’approccio fideistico (che non è il nostro forte, e probabilmente neppure il punto forte di chi viene a confrontarsi sul tema, perché allora non ne sentirebbe la necessità) :
1-un ragionamento basato sulla fisica quantistica (comprensione razionale),
2- e un qualcosa di esperienziale, in cui tocco quella parte di me che non muore. Lo strumento esperienziale che usiamo è quello che conosciamo, ossia la meditazione.

 

È difficile perché, diversamente dalle lezioni magistrali che sono perlopiù programmabili, qui cerchiamo sempre di… “sentire” empaticamente la sala, in modo da rispondere (al meglio delle nostre limitatissime conoscenze) alle istanze di tutti. In realtà noi lo sentiamo come un “atto dovuto” del cuore, perché la gente che di solito si rivolge a noi (tonglen , va ricordato, offre l’accompagnamento spirituale a chi è alle prese con il fine vita, il proprio o quello di una persona cara) sta soffrendo, e parecchio;  non sono  lo stesso tipo di partecipanti che si incontrano, ad esempio, in una giornata congressuale ove si disquisisce della morte, per cui gli astanti  magari ci vanno spinti da una curiosità intellettuale e desiderano saperne di più.

Questo approccio di “ascolto” della sala è quello che ci  induce ad una grande elasticità, e quindi ad una certa difficoltà nel preparare programmi dettagliati. Ma è anche la caratteristica che ci distingue dalla “relazione d’aiuto elaborata in occidente”, dove l’accompagnatore è quello che sa già tutto, che ha la strada bella chiara in mente, mentre la persona che soffre è una specie di beota che va guidato.

Al momento cerchiamo, come possiamo,  di conciliare queste due posizioni: programmare e non programmare….

Quindi questo è, grosso modo, quello che ci si può aspettare da una delle nostre giornate di seminario:

-una parte teorica.
-una parte di ascolto… empatico e uditivo, che poi indirizza il resto della giornata.
-una parte di testimonianze dei nostri accompagnatori, che ci raccontano come, usando l’approccio tibetano, hanno visto le persone superare in parte o in toto la paura della morte.
-una parte interattiva.