UN ASSISTENTE PER CHI NON PUO’ PIU’ ESPRIMERSI

Ecco un interessante sistema a costo zero per alleviare la sofferenza dei malati che non riescono più a parlare ma possono ancora muovere le dita, per es. i laringotracheotomizzati.

Aprite il sito indicato qui sotto, e vedrete la figura di un uomo o di una donna. Selezionate la lingua in cui volete che l’uomo e la donna si esprimano, poi inserite nella casella testuale ciò che vorreste dicessero, usando anche la punteggiatura. Poi cliccate su SAY IT, e sarete sorpresi dal risultato…

http://www.oddcast.com/home/demos/tts/frameset.php?frame1=tal

 

UNO STRUMENTO PER ACCOMPAGNARE I BAMBINI 

UNO STRUMENTO PER ACCOMPAGNARE GLI ADULTI 

IL LUTTO DEI GEMELLI 

IL LUTTO PERINATALE 

 

TESTIMONIALS: un aiuto nel giorno delle esequie per dare la parola a chi non c'è più

Si tratta di testi ricchi di ispirazione, di varia provenienza, raccolti negli anni dai nostri volontari e a volte dai morenti o dai familiari: servono per aiutare il morente a lasciare un pensiero conosolatorio ai suoi cari, e a volte se ne servono i familiari in occasione delel esequie,  quando preferiscono non parlare del defunto ma dargli, in qualche modo, la parola ancora una volta. Spesso vengono usati come fonte di ispirazione anche per comporre in suo nome un testo che resti con le persone che gli hanno voluto bene, per esempio il "ricordino" tradizionale, rivisitato in modo da contenere, invece di frasi fatte quali "è mancato all'affetto dei suoi cari", un autentico strumento di consolazione.

  1. marzo 2009

 

NON PIANGERE SULLA MIA TOMBA

Non piangere sulla mia tomba

perché io non sono là sotto.

Io non dormo.

Io sono i mille venti che soffiano,

io sono lo scintillio del diamante sulla neve,

io sono la luce del sole sul grano maturo,

io sono la pioggia gentile d’autunno nel dolce silenzio del  

chiarore mattutino,

io sono l’uccello che vola veloce.

Non piangere sulla mia tomba,

io non sono là sotto,

io non sono morto (nativo americano anonimo)

 

NON VENGO, NON VADO

Non vengo, non vado: questo corpo non è me, non sono limitato da questo corpo. Sono vita senza confini. Non sono mai nato e non muoio mai.

Guardo il mare e il cielo stellato, manifestazioni della mia prodigiosa  mente.

Sono sempre stato libero, dagli inizi al di là del tempo. Nascita e morte sono solo porte che oltrepassiamo, sacre soglie nel nostro viaggio. Nascere e morire sono come giocare a nascondersi.

Dunque ridi con me, prendimi per mano, diciamoci arrivederci, diciamoci arrivederci per poi trovarci di nuovo.

Ci troviamo oggi, ci troveremo domani. Ci troveremo alla sorgente in ogni momento. Ci ritroveremo, tu ed io, in ogni forma di vita (Thich Nhat Hanh)

 

L'AMORE NON SPARISCE MAI

L’amore non sparisce mai

il filo non è reciso.

La morte è nulla. Sono semplicemente passata

nella stanza accanto.

Io sono io, voi siete voi.

Ciò che eravamo gli uni per gli altri

lo siamo ancora.

Chiamatemi col nome con cui mi avete sempre chiamata.

Parlatemi come avete sempre fatto,

non usate un tono diverso,

non prendete un tono solenne e triste.

Continuate a ridere di ciò di cui ridevamo insieme.

Pregate, sorridete, pensate a me.

Che il mio nome sia pronunciato come è stato sempre.

Senz’enfasi di sorta, senza traccia d’ombra.

La vita significa tutto ciò ch’essa ha sempre significato,

ed è ciò che è sempre stata.

Perché mai dovrei stare fuori dal vostro pensiero

solo perché sono fuori dalla vostra vista?

Vi aspetto. Non sono lontana,

solo dall’altra parte del sentiero.

Vedete, tutto è bene.  (Charles Péguy)

 

SE MUOIO...

Se muoio, sopravvivimi con tale forza

Da svegliare le furie di ciò che è pallido e freddo,

Da sud a sud, solleva i tuoi indelebili occhi,

Da sole a sole sogna con la bocca piena di canti.

Non voglio che le tue risate e i tuoi passi tentennino.

Non voglio che la mia eredità di gioia muoia.

Non chiamare la mia persona, sono assente.

Vivi nella mia assenza come in una casa.

L’assenza è una casa così salda

che dentro puoi attraversarne le pareti

e apprendere quadri nell’aria.

L’assenza è una casa così trasparente

che io, senza vita, vedrò te, vivente,

e se tu soffri, amica mia, io morirò di nuovo.  (Pablo Neruda)

 

NEL LASCIARVI VI SENTO

Nel lasciarvi vi sento

e sento che mi sentite

profondamente

e siete pronti

perché il momento era atteso,

ed ora, ecco!

La consegna amata

è passata

nelle vostre mani ardenti.

Questo è il momento della verità !

 

Se qualcosa è stato tra noi,

se qualcosa vi ho dato,

tenetelo forte

e portatelo al suo fine !

Vi aspetto alla prova,

sicura,

come l’alba dietro all’aurora,

felice di essere con voi. (Platone)

 

SE IO AVESSI UN PEZZO DI VITA...

Nel 2000, un anno dopo che allo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez  viene diagnosticato un cancro linfatico e in concomitanza col diffondersi della falsa notizia della sua prossima morte, inizia a circolare in rete "La Marioneta". Lo scritto si diffonde rapidamente, attribuito allo stesso Marquez quale sua lettera di commiato dagli amici. È in realtà un falso: il vero autore dell'opera è Johnny Welch ed essa fa parte del libro "Lo Que Le He Enseñado a la Vida", di Don Molfes. Il libro, in realtà, è un doppio libro, che si può leggere sia da un verso sia dall'altro. Nel verso corretto, si trova "Lo Que Me Ha Enseñado la Vida" (Quello che mi ha insegnato la vita), a firma di Johnny Welch. Leggendo, invece, il libro dalla quarta di copertina, si trova "Lo Que Le He Enseñado a la Vida" (Quello che io ho insegnato alla vita), a firma di Don Molfes.:

 

Se solo per un istante Dio si dimenticasse che sono una marionetta di pezza e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto ciò che penso, ma in definitiva penserei tutto ciò che dico.

Darei valore alle cose, non per ciò che valgono, ma per ciò che significano.

Dormirei poco, sognerei di più, capirei che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce. Camminerei quando gli altri si fermano, mi sveglierei mentre gli altri dormono.

Ascolterei mentre gli altri parlano, e come mi godrei un buon gelato al cioccolato! Se Dio mi facesse dono di un pezzo di vita, vestirei semplicemente, mi butterei disteso al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima.

Dio mio, se io avessi un cuore scriverei il mio odio sul ghiaccio, e aspetterei che uscisse il sole. Dipingerei con un sogno di Van Gogh sulle stelle una poesia di Benedetti, e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Annaffierei con le mie lacrime una rosa, per sentire il dolore delle sue spine, e con le labbra la carnosa sensazione dei suoi petali...

 

Dio mio, se io avessi un pezzo di vita... non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente a cui voglio bene, che le voglio bene.

Convincerei ogni uomo ed ogni donna che essi sono i miei preferiti, e vivrei innamorato dell'amore. Agli uomini dimostrerei quanto si sbagliano nel pensare che smettono d'innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono d'innamorarsi! A un bambino darei le ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare. Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia, ma con l'oblio.

 

Tante cose ho imparato da voi uomini... Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità risiede nel modo in cui si risale la scarpata. Ho imparato che quando un neonato stringe nel piccolo pugno, per la prima volta, il dito del padre, lo racchiude per sempre. Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall'alto solo per aiutarlo ad alzarsi.

Sono tante le cose che ho potuto apprendere da voi, ma in verità a molto non potranno servire, perché quando mi metterete dentro quella [···], purtroppo starò morendo. Di' sempre ciò che senti e fai ciò che pensi.

Se sapessi che oggi sarà l'ultimo giorno in cui ti vedrò dormire, ti abbraccerei forte e pregherei il Signore affinché possa essere il guardiano della tua anima. Se sapessi che questa è l'ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti bacerei, e ti richiamerei per dartene ancora. Se sapessi che questa è l'ultima volta che ascolto la tua voce, registrerei ogni tua parola per poterla riascoltare ancora e ancora, all'infinito.

Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti in cui ti vedo, ti direi "ti amo" senza dare per scontato, scioccamente, che lo sai già. Sempre c'è un domani e la vita ci dà un'altra opportunità per fare bene le cose, ma se sbaglio e oggi è tutto quanto mi resta, mi piacerebbe dirti che ti voglio bene, e che mai ti dimenticherò. Il domani non è assicurato a nessuno, giovane o vecchio. Oggi può essere l'ultimo giorno che vedi coloro che ami. Perciò non aspettare più, fallo oggi, perché se il domani non dovesse mai arrivare, sicuramente rimpiangerai il giorno in cui  non hai avuto il tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio, troppo occupato per concederti a un ultimo desiderio.

 

Tieni coloro che ami vicini a te, di’ loro all'orecchio quanto hai bisogno di loro, amali e trattali bene, prenditi il tempo di dire loro  "mi dispiace", "perdonami", "per piacere", "grazie", e tutte le parole d'amore che conosci.

Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti.

Chiedi al Signore la forza e la saggezza per saperli esprimere; e dimostra ai tuoi amici quanto sono importanti per te.

(Johnny Welch, in Don Molfes, Lo que me he enseñado la Vida)

 

PER CHI HA PERSO UN FIGLIO

I figli

E una donna che stringeva al petto un bimbo disse:

«Parlaci dei figli».

Ed egli disse:

«I vostri figli non sono figli vostri.

Sono i figli e le figlie dell’ardente desiderio che la Vita ha per se stessa.

Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri, perché hanno pensieri propri.

Potete offrire una casa ai loro corpi ma non alle loro anime,

poiché le loro anime dimorano nella casa del domani, che neppure in sogno vi è concesso di visitare.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.

Poiché la vita non procede all’indietro né indugia nel passato.

Voi siete gli archi da cui, come frecce vive, i vostri figli sono scoccati.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,

e vi flette con la Sua forza perché le Sue frecce vadano veloci e lontano.

Questo vostro esser piegati dalla mano dell’Arciere, sia gioioso:

perché come Egli ama la freccia che vola via, così Egli ama anche l’arco che è saldo». (Kahlil Gibran, Il Profeta, New York 1923)

 

QUANDO PARTIRAI

Quando si decide di andare in cerca di Dio, bisogna fare i bagagli, sellare l'asino e mettersi in cammino. La montagna di Dio si vede a malapena in lontananza... All'alba bisogna partire.

Èuna partenza in grande. Bisogna dire addio. A cosa? A tutto e a nulla. A nulla, perché il mondo che lasciamo sarà sempre accanto a noi, in noi, fino all'ultimo respiro, sempre così vicino. Se lo cacciamo via e lo respingiamo, è probabile che sorga dentro di noi con veemenza ancora maggiore. A tutto, perché andando in cerca dell'assoluto tagliamo i ponti con quanto potrebbe sviarci, con tutto ciò che, in noi o negli altri, tende a formare un corpo che si oppone all'azione divina. Alla fine, ciò che è più difficile lasciare è questo me stesso, che nel suo fondamentale bisogno di autonomia si oppone a Dio.

La separazione, insomma, non sta nell'allontanamento ma nel distacco. Bisogna impedire ad ogni costo che la nostra personalità si ripieghi su se stessa, che si costruisca una sua cittadella in cui Dio potrà entrare solo come ospite.

[...] Prima di partire, c'è ancora da lavorare un po' di ascia e di falce. E mentre recidiamo questo e quest'altro intorno a noi, vediamo subito che è dentro di noi che avviene il taglio.... ma non bisogna aspettare d'essere distaccati da tutto e da noi stessi per partire. Si parte, e a poco a poco, a mano a mano che avanziamo, le cose che più amiamo si distanziano [...].

Cosa portare con sé? Tutto se stesso, e niente di meno. Strana risposta, dopo aver detto che bisogna lasciare ogni cosa, e soprattutto se stessi! Eppure è vero, bisogna portare se stesso, e portarcelo tutto intero. Tanti fanno solo finta di partire. Si portano dietro soltanto un fantasma di sé, un modellino astratto, e mettono al sicuro ciò che sono ancor prima di mettersi in cammino... Si costruiscono una personalità artificiale, presa a prestito, creata in base ai libri, ed è questa personalità artificiale, questo robot, quest'ombra di ciò che sono che mandano in cerca di Dio. Non entrano mai tutti interi nell'esperienza. Quello che si imbarca per la spedizione è già una specie di santo, un personaggio-modello uscito dai trattati sulla perfezione. Mandano un loro doppio a tentare l'avventura, e poi si stupiscono se restano delusi.

Quando partiamo, bisogna che carichiamo sull'asino tutto ciò che possediamo e che ce ne andiamo via con tutto ciò che siamo, ossa, mente e anima: bisogna prendere tutto, la grandezza e le debolezze, il passato intessuto di peccato, le esperienze grandiose e le tendenze più abbiette, più violente... tutto, proprio tutto, perché ogni cosa deve passare dal fuoco. Tutto va integrato, alla fine, per costituire un essere umano capace di entrare, anima e corpo, nella conoscenza di Dio.

(Padre Yves Raguin, Les chemins de la contemplation)

 

QUESTA NOTTE HO FATTO UN SOGNO

Questa notte ho fatto un sogno:

camminavo sulla sabbia

accompagnato dal Signore,

e sullo schermo della notte

passavano tutti i giorni della mia vita.

Ho guardato indietro,

e ho visto che in ogni giorno

proiettato in quel film

apparivano due serie di orme sulla sabbia:

una mia e una del Signore.

Ho continuato così,

finché tutti i miei giorni si sono esauriti.

Allora mi sono soffermato qui e là, notando che in certi posti

c’era solo un’orma…..

questi posti coincidevano con i giorni

più difficili della mia vita,

i giorni di maggiore angustia,

di maggiore paura e di più grande dolore…

Ho domandato allora:

“Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me

in tutti i giorni della mia vita,

ed io ho accettato di vivere con Te.

Perché dunque mi hai lasciato proprio

nei momenti peggiori della mia vita?”

E il Signore mi ha risposto:

“Figlio mio, Io ti amo e ti ho detto

che sarei stato con te per tutto il cammino

e che non ti avrei lasciato solo neppure un attimo,

e non ti ho lasciato…

I giorni in cui tu hai visto solo una serie di orme

sulla sabbia,

sono stati quelli in cui ti ho portato in braccio”. (Anonimo brasiliano)

 

NON RESTARE DAVANTI ALLA MIA TOMBA

Non restare davanti alla mia tomba a piangere,

io non sono lì, non dormo.

Ora sono i mille venti che soffiano.

Sono i riflessi scintillanti sulla neve.

Sono la luce del sole
 che fa maturare il grano.

Sono la dolce pioggia dell’autunno.

Quando ti svegli nella pace del mattino,

sono il rapido movimento

degli uccelli che volteggiano in cerchio nel cielo.

Sono le dolci stelle che brillano nella notte.

Non restare davanti alla mia tomba a piangere:

io non sono lì, sono dappertutto: vivo...» (Mary Elizabeth Frye, 1932)

 

ARCOBALENO

Io son partito poi così d'improvviso

che non ho avuto il tempo di salutare.

Istante breve, ma ancora più breve

se c'è una luce che trafigge il tuo cuore.

L'arcobaleno è il mio messaggio d'amore.

Può darsi un giorno lo riesca a toccare:

con i colori si può cancellare

il più avvilente e desolante squallore.

Son diventato il tramonto di sera

e parlo come le foglie d'aprile

e vivrò dentro a ogni voce sincera.

Con gli uccelli vivo il canto sottile

e il mio discorso più bello e più denso

esprime con il silenzio il suo senso. (Adriano Celentano 1990)

 

CERCAMI

Cercami, cercami: io ritornerò
lungo i fiumi e le campagne,
tra i deserti e le montagne.
Cercami, aspettami, chè non è un addio:
c'è una luce e brilla ancora. (Enrico Ruggeri)

 

SE MI AMI NON PIANGERE
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.
Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio,
dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli al confronto.

Mi è rimasto l’affetto per te: una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Sono felice di averti incontrato nel tempo,
anche se tutto era allora così fugace e limitato.
Ora l’amore che mi stringe profondamente a te,
è gioia pura e senza tramonto.
Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi,
tu pensami così!
Nelle tue battaglie, nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine,
pensa a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.
Non piangere più, se veramente mi ami!
(Padre G. Perico )

 

 

 

PER CHI HA PERSO UNA FIGLIA

 

Rae, cara! Grazie per avermi invitato per il tuo compleanno! La tua casa è distante mille miglia dalla mia, e io son uno che si mette in viaggio solo quando ne vale la pena. Ebbene, ne val proprio la pena, se si tratta di prender parte alla tua festa.

Non vedo l’ora d’essere da te!

Il mio viaggio è cominciato dentro il cuore di un piccolo uccello, un colibrì, che conoscemmo insieme, io e te, tanto tempo fa. Lo trovai cordiale come sempre, anche stavolta. E tuttavia – quando gli dissi che la piccola Rae stava crescendo e che io stavo andando alla festa per il suo compleanno con un regalo – rimase perplesso. Per un pezzo badammo a volare in silenzio, e alla fine lui mi disse: “Ci capisco ben poco, in quel che dici, ma men che mai capisco come mai tu ci vada, a questa festa”.

“Ma sicuro che ci vado, alla festa,” dissi io. “Cos’è che ti riesce tanto difficile da capire?” Lui non rispose niente, lì per lì, ma quando arrivammo alla casa del gufo, mi disse: “Può forse una distanza materiale separarci davvero dagli amici? Se tu desideri essere da Rae, non ci sei forse già?”.

“La piccola Rae sta crescendo, e io vado alla festa per il suo compleanno con un regalo,” dissi al gufo. Mi parve strano dire vado, è vero, dopo quanto mi aveva detto il colibrì, ma lo stesso mi espressi in quel modo, perché Gufo mi capisse. Lui pure restò zitto per un pezzo, seguitando a volare. Un silenzio tutt’altro che ostile. Ma, quando mi ebbe condotto sano e salvo a casa dell’aquila, così mi parlò: “Ci capisco ben poco in quel che dici, ma men che mai capisco perché chiami piccola, la tua amica”.

“Ma sicuro ch’è piccola,” dissi, “dal momento che non è ancora grande. Cos’è che ti riesce tanto duro da capire?” Gufo allora mi guardò, coi suoi occhi profondi color ambra, mi sorrise e mi disse: “Pensaci su”.

“La piccola Rae sta crescendo, e io vado alla festa per il suo compleanno con un regalo,” dissi all’aquila. Mi faceva un po’ specie, veramente, dire vado e dire piccola, dopo quanto mi avevano detto Colibrì e Gufo, ma lo stesso mi espressi in quel modo, affinché Aquila potesse capirmi. Insieme volammo al di sopra delle vette, a gara con i venti di montagna. Alla fine lei mi disse: “Ci capisco ben poco in quel che dici, ma men che meno capisco la parola compleanno”.

“Ma sicuro: compleanno,” dissi io. “S’intende festeggiare il giorno in cui ebbe inizio la vita di Rae, e prima del quale lei non c’era. Cosa c’è di tanto difficile da capire, in questo?” Aquila allora incurvò le ali e, dopo una picchiata rapidissima, atterrò con dolcezza su una roccia, nel deserto. “Ci sarebbe stato un tempo anteriore alla nascita di Rae? Non pensi, piuttosto, che la vita di Rae sia cominciata prima ancora che il tempo esistesse?”

“La piccola Rae sta crescendo e io vado alla festa per il suo compleanno con un regalo.” Così dissi anche a Falco. Mi suonava un po’ strano tuttavia dire vado, dire piccola e compleanno, dopo quanto avevo udito da Colibrì, da Gufo e Aquila, tuttavia così mi espressi perché Falco mi capisse. Sorvolammo veloci il deserto, e alla fine lui mi disse: “Sai, capisco ben poco di ciò che mi dici, ma meno di tutto mi spiego quel tuo sta crescendo”.

“Ma sicuro che Rae sta crescendo,” dissi io. “Adesso è più vicina all’età adulta, e un anno più lontana dall’infanzia.  Cosa c’è di tanto arduo da capire, quanto a questo?” Falco alfine atterrò su una spiaggia solitaria. “Un anno più lontana dall’infanzia? Non mi sembra che questo sia crescere!” Si sollevò di nuovo in volo e, di lì a poco, scomparve.

Il gabbiano, lo so, era molto saggio. Volando insieme a lui, riflettei bene prima di parlare e scelsi con cura le parole, dimodoché capisse che qualcosa pur avevo imparato. “Gabbiano,” gli dissi alla fine, “perché mi porti in volo da Rae, quando sai che in realtà io già sono con lei?”

Di là dal mare, di là dai monti, finalmente il gabbiano calò e si posò sopra il tetto di casa tua. “Perché l’importante,” mi disse, “è che tu sappia la verità. Finché no la sai – finché non la capisci veramente – puoi soltanto afferrarne qualche stralcio, o brandello, e non senza un aiuto dall’esterno: da macchine, uomini, uccelli. Ma ricordati,” disse, “che l’essere ignota non impedisce alla verità d’essere vera.” Ciò detto, disparve.

È venuto il momento di aprire il regalo. I regali di latta e lustrini si sciupano subito, e via. Io invece ho un regalo migliore, per te.

È un anello, da metterti al dito. E brilla d’una luce tutta sua. Nessuno può portartelo via; non può essere distrutto. Tu sei l’unica al mondo che riesca a vedere l’anello che io oggi ti dono, come io ero l’unico in grado di vederlo quand’era mio.

Questo anello ti dà un nuovo potere. Messo al dito, potrai levarti in volo con tutti gli uccelli dell’aria – vedere attraverso i loro occhi dorati – palpare il vento che sfiora le loro vellutate piume – e potrai quindi conoscere la gioia di sollevarti lassù, in alto, al di sopra del mondo e di tutte le sue pene. Potrai restarci quanto ti parrà, su nel cielo, al di là della notte, e oltre l’alba. E quando avrai voglia di tornar giù di nuovo, vedrai, tutte le tue domande avranno risposta e tutte le tue ansie si saranno dileguate.

Al pari di ogni cosa che non può toccarsi con mano o vedersi con gli occhi, il tuo dono si fa più potente via via che lo usi. Dapprincipio l’impiegherai solo quando sei fuori di casa, all’aperto, guardando l’uccello insieme al quale voli. Ma poi, più in là, se l’adopri ben bene, funzionerà anche con quegli uccelli che non vedi; finché t’accorgerai che non t’occorre l’anello né l’uccello, per volare al di sopra delle nubi, nel sereno. E quando arriverà per te quel giorno, tu dovrai a tua volta donare il tuo dono a qualcuno che sai ne farà buon uso; costui potrà apprendere, allora, che le uniche cose che contano son quelle fatte di verità e di gioia, e non di latta e lustrini.

Rae, questo è l’ultimo anniversario che festeggio con te in modo speciale. Dai nostri amici uccelli ho imparato quanto segue. Non posso venire da te, perché già ti sono accanto. Tu non sei piccola, perché sei già cresciuta: sei grande e giochi con il tempo e la vita – come tutti facciamo – per il gusto di vivere.

Tu non hai compleanno, perché sei sempre vissuta; non sei mai nata, e mai morirai. Non sei figlia di coloro che tu chiami papà e mamma, bensì loro compagna d’avventure, in viaggio alla scoperta delle cose del mondo, per capirle.

Ogni regalo che ti fa un amico è un augurio di felicità: così pure questo anello.

Vola libera e felice, al di là dei compleanni, in un tempo senza fine, nel persempre. Di tanto in tanto noi c’incontreremo – quando ci piacerà – nel bel mezzo dell’unica festa che non può mai finire. (Richard Bach, Nessun Luogo è lontano)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive